2.10.2026

Come è andata la prima edizione di Playground?

Potremmo raccontarvelo noi – aka Ale e Chris – ma Playground è una nostra creatura e, insieme a Tommi e Tobia, ne siamo stati anche i coach. Il rischio è di essere troppo di parte. Quindi abbiamo chiesto una rece a Gio, che Playground l’ha visto prendere forma, ma soprattutto l’ha vissuto da partecipante.

A te la parola, Gio.

Eccomi qua, sono l’insider di Playground.

Parto subito da una confessione: non sono mai stata una grande fan dei workshop.

Mi mettono addosso quella strana combinazione di cose fatte in fretta e troppe aspettative. Bisogna capire tutto subito, avere un’idea geniale, andare d’accordo con persone conosciute magari mezz’ora prima e alla fine, spesso, tutto resta un po’ campato in aria.

Quindi mi sono approcciata a Playground curiosa, ma con qualche pregiudizio e una domanda: riuscirà a farmi cambiare idea?

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Il primo giorno sono stati creati i gruppi ed è stato dato il brief Nuovi culti.

Era volutamente molto aperto e, in sostanza, chiedeva tre cose: decidere in cosa credere, inventare un rituale e progettare una reliquia. Fine.

Praticamente avevamo carta bianca e, detta così, sembra il sogno di ogni designer. In realtà, dopo circa dieci minuti, capisci che è più difficile di quanto sembri, perché quando tutto è possibile, trovare idee è facilissimo… la vera difficoltà sta nello scegliere.

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E infatti i primi giorni sono stati i più caotici. Idee, riferimenti e direzioni che sembravano perfette, all’improvviso smettevano di esserlo. Un continuo aprire strade, poi chiuderle, aprirne altre.

Nel mezzo di questo caos iniziale, i coach non ci hanno mai detto quale tra tutte fosse la strada giusta, non hanno scelto al posto nostro e non hanno trasformato il progetto nel progetto che avrebbero fatto loro.

Ci hanno aiutato a prendere delle decisioni, a capire che arrivati ad un certo punto era importante fare una scelta, ovvero smettere di aggiungere per iniziare finalmente a costruire.

Questo, per me, è stato il vero esercizio: accettare che progettare significa anche chiudere delle possibilità, perché una strada percorsa fino in fondo può portare più lontano di dieci possibilità lasciate aperte.

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Altro plus del workshop: avere (e creare) occasioni per staccare del tutto la testa, dimenticarsi per un po’ del progetto e fare altro.

Oltre alle pause caffè, ci sono stati i pranzi e le cene tutti insieme, attorno a un’unica tavolata, con i pasti preparati da uno chef personale che ci ha decisamente viziati. E poi la serigrafia, il torneo di ping pong, il calcetto. E anche la briscola, con annessa scoperta traumatica: a quanto pare, non è patrimonio culturale universale.

Insomma, non ci siamo annoiati, ma soprattutto quei momenti ci hanno aiutato a conoscerci meglio, scherzare e fare gruppo. E quando tornavamo a lavorare, la differenza si sentiva perché diventava più facile discutere, contraddirsi, cambiare idea e trovare compromessi, senza vivere ogni scelta come una piccola sconfitta personale.

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Poi (sigh) è arrivato l’ultimo giorno. E, inevitabilmente, anche l’ultima notte, quella in cui abbiamo iniziato a costruire davvero. Abbiamo prototipato la parte fisica e quella digitale e, man mano che la nostra reliquia prendeva forma, anche i tanti dubbi che fino a quel momento erano rimasti sospesi hanno iniziato a risolversi, quasi da soli.

Ecco un altro insegnamento di Playground: costruire chiarisce. Che soddisfazione vedere qualcosa che pochi giorni prima non esisteva diventare reale!

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Per la presentazione finale dei progetti sono arrivati amici, colleghi e alcune aziende del network Rawr, con cui condividere i risultati di quei cinque giorni. Ma invece di spiegare ricerca, concept e processo con una sfilza di slide e render, ci è stato chiesto di fare un’altra cosa: convertire le persone.

Ogni gruppo doveva presentarsi come una piccola comunità con il proprio culto, mostrare la reliquia e cercare nuovi adepti.

Anche il modo di presentare è diventato parte del progetto stesso. Io e il mio gruppo siamo entrati in scena con un cuscino in braccio, la mascherina da notte e le pantofole e abbiamo concluso la presentazione andando a dormire. Forse si riesce ad intuire il nostro culto...quello del sonno!

È stato un modo per togliere a noi un po’ di ansia da prestazione e rendere le presentazioni decisamente più divertenti per chi era venuto a vederle.

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Quiiiiiiiiiiiiiindi, com’è stato Playground?

Sono arrivata scettica, pensando che i workshop non facessero troppo per me, e sono uscita con un prototipo sotto braccio, poche ore di sonno e la voglia di rifarne al più presto un altro. Mi sono divertita un botto e vi assicuro che è un giudizio imparziale.

Quindi sì, in Rawr stiamo già pensando alla seconda edizione di Playground.

Tenetevi pronti per l’anno prossimo.

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